Pasqua con Sant’Agostino

aprile 14, 2017 in news

Pasqua con Sant’Agostino

Le parole pronunciate milleseicento anni fa dal grande Santo

non hanno perso originalità, profondità e attualità

 

 

            Il Pastore conosce bene il suo gregge e, nell’occasione più alta delle celebrazioni liturgiche, fa realisticamente il punto, prendendo atto che non tutte le pecore sono bianche e che da quelle nere deriva un forte scandalo che può, perfino, indurne qualcuna ad allontanarsi dall’Ovile.

            Vi sono, il che è assai male, dei fedeli cattivi. Vi sono taluni chiamati fedeli, e non lo sono. Sono fedeli, nei quali i sacramenti di Cristo vengono vilipesi; che vivono in modo da perire essi stessi e perdere altri. […] E neppure meravigliatevi della moltitudine di cristiani cattivi che riempiono la chiesa, che partecipano all’altare, che lodano a gran voce il vescovo o il presbitero che tratta dei buoni costumi. In costoro si realizza quanto nel salmo predisse colui che ci raduna: “Ho annunziato e l’ho detto: si sono moltiplicati oltre misura”. Possono stare con noi nella Chiesa di questo tempo; però non potranno starci in quella assemblea di santi che si avrà dopo la risurrezione.  Perché il Signore  di là ha da venire a giudicare i vivi e i morti; e, come afferma il Vangelo: “avrà il ventilabro nella sua mano e ripulirà la sua aia; e raccoglierà il suo grano nel granaio; ma la pula la brucerà nel fuoco inestinguibile”. Quanto dico l’ascoltino anche i fedeli di vecchia data. Chi è grano, con tremore ne goda, rimanga tale e non receda dall’aia. Non cerchi di liberarsi da chi a suo parere è come pula, poiché se fin da ora avrà voluto separarsi dalla pula, non potrà restare nell’aia. [Serm. 223]

            Come non rilevare l’attualità di queste parole, la cui eco è risuonata alta e chiara in quelle recenti pronunciate da Papa Bergoglio a Milano soprattutto nell’esortazione ai giovani a non farsi complici attivi o passivi del bullismo.

Quelle di Sant’Agostino sono parole di dura condanna, ma non senza possibilità di remissione, inevitabile, direi, nel momento in cui la liturgia celebra la grande remissione conquistata dalla passione, morte e risurrezione di Gesù:

            E allora, o carissimi, chi è buono sopporti il cattivo; chi è cattivo, imiti il buono. In quest’aia, certo, i grani possono decadere a pula; per contro dalla pula possono suscitarsi grani. Ciò, fratelli miei, si verifica ogni giorno. […]  Infatti, “Dio non vuole la morte del peccatore, ma soltanto che ritorni e viva”. […] Allora ascoltami, o pula; anche se, una volta che mi ascolti, non sarai più pula. Ascolta, dunque. Che la pazienza di Dio ti serva. L’unione con i grani, le esortazioni, ti rendano grano. [Serm. 223]

            Una particolare attenzione è rivolta, poi, alla liturgia della “Veglia” della quale si evidenziano due fondamentali motivi ispiratori: quello del passaggio carismatico dalle tenebre alla luce, accostato anche al memoriale natalizio (così l’esordio corrisponde al compimento della missione del Cristo) e quello di una specie di risarcimento per il sonno di Pietro, Giacomo e Giovanni, incapaci di associarsi alla veglia agonica del Getsemani: proprio quei tre apostoli che, pure, Gesù aveva  privilegiato, scegliendoli  a compagni in due importantissime occasioni: la risurrezione della figlia di Giairo, e poi la gloria della Trasfigurazione sul monte Tabor.

            Proprio perché celebriamo la veglia in questa notte, fratelli carissimi, nella quale ricordiamo il Signore sepolto, teniamoci vigilanti in questo tempo nel quale egli dormì per noi. Egli, invero, annunciando molto tempo prima la sua passione attraverso il profeta, disse: “Io mi sono addormentato e sono risorto perchè il Signore mi ha accolto”. [Serm. 223/B, 2]

            È rilevante come al termine “morte” si sostituisca quello di “sonno” perché implica la temporaneità della morte rispetto all’eternità di quella vita che Gesù ci ha riconquistato. Il “sonno”, poi, richiama la “notte” e, insieme, appaiono come simboli di una negatività morale destinata a cedere il passo al trionfo del “giorno” vigile e luminoso. Del resto, proprio nell’episodio della figlia di Giairo, al padre ed ai presenti, che la dicevano morta, Gesù ribatté: “Ritiratevi, perché la fanciulla non è morta, ma dorme”.

            Una volta passata la notte di questo mondo anche per noi, in ordine al regno, ci sarà la risurrezione della carne il cui esempio ci è stato posto innanzi nel nostro capo. Per questo, infatti, il Signore volle risorgere di notte, dal momento che, secondo l’apostolo: “Dio che disse: dalle tenebre risplenda la luce, splendette nei nostri cuori”. Lo splendere della luce dalle tenebre il Signore l’ha poi indicato nascendo di notte e anche risorgendo di notte. […] Per questa ragione lo stesso Salvatore ci comanda una veglia spirituale quando, parlando della sua improvvisa venuta, dice: “Vegliate perché non sapete né il giorno né l’ora”. [Serm. 223/D*]

            Troviamo, poi, l’esortazione a vivere il Tempo Pasquale nella sequela di Cristo:

Cristo è morto, moriamo al peccato;

Cristo risorse, viviamo per Dio.

Cristo passa da questo mondo al Padre; non si fissi qui il nostro cuore, ma lo segua nelle realtà di lassù.

Il nostro capo fu appeso sul legno, noi crocifiggiamo la concupiscenza della carne;

giacque nel sepolcro, e noi consepolti, dimentichiamo le cose passate;

siede in cielo, noi trasferiamo il desiderio alle cose più elevate;

verrà giudice, non ci lasciamo aggiogare con gli infedeli;

verrà a risuscitare anche i cadaveri dei morti, noi al corpo da mutare procuriamo meriti mutando mentalità;

verrà a porre i cattivi alla sinistra, i buoni alla destra, noi predisponiamoci un posto mediante le opere;

il suo regno non avrà fine, noi non temiamo per nulla la fine di questa vita. [Serm. 229/D*, 1]

            Concludiamo questo itinerario agostiniano con il momento dell’esultanza, il momento dell’Alleluia.

            Ecco la letizia, fratelli miei: letizia nella vostra assemblea, letizia nei salmi e negli inni, letizia alla memoria della passione e della risurrezione di Cristo, letizia nella speranza della vita futura. Se ciò che speriamo produce tanta letizia, che sarà quando possederemo ciò? Ecco che in questi giorni nei quali ascoltiamo l’Alleluia, lo spirito in certo modo si muta. Non ci sembra di gustare un non so che di quella città superna? Se questi giorni ci producono tanta letizia, quale sarà in quel giorno di cui si è detto: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete il regno”; quando là si incontreranno quanti non si conobbero ; là dove si riconosceranno quanti si conobbero; là dove un amico non perirà e il nemico non sarà temuto? Infatti, ecco, diciamo: “Alleluia”; è bello, è lieto, è pieno di gioia, di giocondità, di soavità. [Serm. 229/B*]

Sant’Agostino/agostino